critica

Se un giorno mi siederò “Sul tetto del mondo” vedrò passare l’inverno che mi raggelava l’animo, vedrò crescere alberi ritorti come un fascio di rovi, accarezzerò con lo sguardo rocce appuntite, tese verso il cielo come le dita di una mano. Cercherò con lo sguardo fra le crepe dei calanchi della mia terra una fessura dove poter entrare ed iniziare quel viaggio dentro di me pieno di incognite, di ombre, di silenzio.
Solo allora le rocce si dissolveranno e apparirà davanti ai miei occhi un pezzetto di cielo, quel cielo che poche volte ho guardato perché forse ho preferito solo immaginare.
Scriveva Fautrier nel 1957:
“Il reale offre una spinta iniziale, l’avvio a tutto ciò che seguirà, ciò che conta è la necessità di dipingere, cioè di provare una emozione e di esprimerla.”
Ho preferito introdurre il lavoro di Manuela raccontandolo, quasi come se io fossi un viaggiatore immaginario che, percorrendo idealmente le sue opere, ne descrive emozioni ricevute. Questo per sottolineare la prima importante caratteristica del lavoro di questa artista: la capacità di tradurre poeticamente il senso della vita e della natura, di condurci in un percorso di emozioni fra paesaggi pulsanti, vivi, resi con una straordinaria immediatezza tecnica.
Sono i suoi non solo panorami della natura, ma panorami della mente.
Ci coinvolgono per quella sottile condivisione di pensiero, di vissuto o sognato che unisce un uomo ai suoi simili e che Manuela magistralmente sa portare sulla tela e farci puntualmente ritrovare ad ogni sua esposizione.

Liliana Santandrea

 

 

Rinascere nell’arte
a cura di Enzo Dall’Ara (critico e storico dell’arte)

Il contenuto di un’esistenza, indissolubilmente legato all’atavico concetto di destino, si veste di un’etica che illumina sempre sulle dinamiche interiori dell’essere umano. Tale simbolica vestizione giunge a pervadere la sostanza vera di un percorso di vita, divenendo il sigillo estetico dell’essenza. Nell’arte, intesa come atto del creare, la componente estetica, invero, si fonde con quella etica, elargendo un “modus vivendi” che permea la dimensione spirituale dell’anima, spesso avulsa dal richiamo di altri valori.
Se il costruire differisce dal creare, il primo atto può coniugarsi col secondo nel momento in cui l’agire espressivo necessita di un’oggettività fabbrile, indispensabile alla concretizzazione dell’opera d’arte. Su questa linea si amplia l’azione creativa di Manuela Toni, artista di valente spessore tecnico-cognitivo, arricchito da elevata dimensione immaginativa, ispirata alla realtà esistenziale della nostra contemporaneità. V’è una sorta di rinascenza nell’opera dell’artista, una volontà di difendere e rinvigorire l’attualità dell’arte, oggettivata in elemento concreto, per vincere la realtà effimera ed obsoleta di recenti stagioni espressive.
Con “I canti delle rovine”, titolo assunto da un significativo brano di Fernando Pessoa e accordato ad un recente corpus di opere pittoriche, incisorie, installative, Manuela Toni sembra voler sconfiggere la stasi del rudere artistico e donare il respiro salvifico del canto, sentito non tanto e non solo come sonorità, quanto e soprattutto come possibilità di rinascita. Tornano alla mente “I fiori del male” di Baudelaire, l’“angelo della storia” di Benjamin, ma in un tono di riscatto di figurazione e astrazione che annuncia una veemente soggettività neoespressionista, deputata a gridare, con segno e colore, luce e ombra, una redenzione d’arte e poesia. A Lucian Freud, infatti, Manuela Toni dedica, ora, dipinti di penetrante valore, in cui uomo e donna si ergono a sigla sensibile di esistenza provata, ma non domata.
Se l’artista ama l’astrazione del segno nelle mirabili creazioni incisorie sperimentali, assolutamente armoniche in originale struttura compositiva, ella privilegia, sovente, la figura, quando incede sui solchi della pittura. In un’opera a valenza di “totem”, è al nudo maschile che si volge l’anima creativa dell’artista, sviluppando una metamorfosi da segno a colore che presuppone, in chiave moderna, il fondante insegnamento della nostra Rinascenza. L’iter artistico di Manuela Toni si conferma anche come esplicita critica ad una società incapace di offrire ideali all’esperienza esistenziale e si pone come intenso monito al cruento destino di un’umanità violata. Ma tale espressione artistica si rivela, in fondo, quale penetrante percorso onirico o realistico nell’enigma dell’arte e, quindi, nel mistero dell’uomo.
È vero che ogni artista dipinge ciò che è e ciò che sente, ma Manuela Toni, oltre ad esprimere un diario intimo, denuncia una condizione umana che ella vorrebbe affrancare da uno stato di rovina. Sono i suoi volti e sguardi, singoli o in multiplo divenire, che effondono il dolore della realtà, ma che non rassegnano dignità e rispetto. Se anche i sogni, a volte, possono essere ruderi e l’offesa del tempo trascinare nel nulla solenni architetture antiche, emerge, comunque, la sacralità dell’essere umano, unita alla terrena volontà di ritrovare nell’azione il “paradiso perduto”. In particolare, l’assoluta armonia vitruviana, ripresa nell’“Uomo” di Leonardo, risulta, in una memorante opera di Manuela Toni, nobile memoria da difendere, ma anche elemento di una geometria perfetta, che oggi, inesorabilmente intaccata, deve flettersi alla libertà della natura fisica e dei suoi elementi. È come affermare che la perfezione geometrica è pura astrazione, mentre la libera irregolarità è verità unica e vivifica.
Sapiente conoscitrice e sperimentatrice di molteplici tecniche e materiali, Manuela Toni cura ogni dettaglio dell’opera, dalla realizzazione alla proposizione, imponendosi quale presenza significativa per personalità, estro e tensione concettuale. Le sue creazioni sono spesso ideate ed elaborate da sintetici studi progettuali ad analitiche ed ampie dimensioni esecutive. Parimenti, esse sono sovente pensate non come singoli elementi a sé stanti, ma come facenti parte di un insieme installativo d’intenso pathos espressivo. Affidando personalità agli oggetti e un’anima all’essere figurato, l’artista avvicina le opere a noi riguardanti e induce a riflettere sulla vita. Se il sommo poeta Lucano, riferendosi a Troia, scriveva che in quella guerra cruenta “perirono anche le rovine”, dalle rovine del mondo, e anche dell’arte, Manuela Toni estrae, invece, la quintessenza del canto.

 

[…] L’osservatore deve cogliere ogni complicità fra l’autrice e i suoi soggetti con un’approfondita analisi, dopo un’acuta osservazione “sine qua non” sarebbe possibile percepire una maieutica sicuramente riverberata nei rapporti parentali e col mondo.
Materiali riciclati, ferro, rame, legno, ed un uso premeditato di vetro, un uso atto a completare una concezione di vita freudiana con risvolti pirandelliani, nutre in modo incalzante un fiato polmonare stemperato ogniqualtanto da ironiche posture dell’occhio nei visi e, nelle ceramiche metafisiche informali post-moderne.
Nulla deve andare perduto: da vecchie imposte di casolari rustici, lastre metalliche, radici personificate, pur senza mai irrompere nell’eccesso. […]

Dott. Prof. Lorenzo Bartolini